Guglielmo Ebreo da Pesaro

guglielmo ebreo_invito29mag17_Page_1Attestata la sua presenza presso tutte le maggiori corti umanistiche italiane, come emerge dalle testimonianze riportate da A. William Smith nel volume Fifteenth Century Dance and Music[1] (le riassumerò alla fine di questo capitolo), Guglielmo Ebreo/Giovanni Ambrosio iniziò a danzare molto presto, visto che nel manoscritto De pratica seu arte tripudii (conservato alla Bibliothèque nationale di Parigi), in data 1463, si dice che già da 30 anni era implicato nell’arte del danzare. Dunque iniziò a danzare verso il 1433 e, dando credito all’ipotesi condivisa di una sua nascita nel 1420, probabilmente aveva allora 13 anni.

Figlio d’arte di Mosè di Sicilia, maestro di danza presso la corte di Pesaro, fratello di Giuseppe Ebreo, a sua volta maestro di danza a Firenze presso Lorenzo il Magnifico, e padre di Pier Paolo, il figlio avuto dopo la conversione, maestro di danza alle dipendenze del Duca Federico da Montefeltro, non abbiamo informazioni esatte sulla sua educazione, ma dato il suo elevato status artistico, dovrebbe aver avuto contatti con i circoli umanistici delle corti presso le quali era stato chiamato e le premesse teoretiche dei suoi manuali di danza sono fortemente influenzate dall’estetica neoplatonica rinascimentale, alle cui fonti deve aver avuto accesso. Scrive infatti José Sasportes:

«L’esperienza di Guglielmo rappresentò un caso privilegiato nel mondo delle arti e dello spettacolo del Quattrocento. Durante la sua carriera ebbe infatti modo di frequentare piccole e grandi corti sparse in buona parte d’Italia e di venire a contatto con molte personalità di prestigio del suo tempo, tra cui l’Imperatore Federico III, il re di Napoli Ferdinando d’Aragona, il duca d’Urbino Federico da Montefeltro, i duchi di Milano Francesco, Galeazzo e Gian Galeazzo Sforza, il marchese di Mantova Federico Gonzaga, e Lorenzo de’ Medici.»[2]

E aggiungo, quale allievo di Domenico da Piacenza, maestro di danza presso gli Este a Ferrara, anche la corte estense.

Inoltre presso quelli corti Guglielmo, riconoscendosi uno studioso dell’arte della danza (e non un semplice maestro di danza), riteneva probabilmente di essere degno dei circoli umanistici che avvicinava. Ecco perché appunto – come già detto in precedenza – presenta il suo impianto teorico-coreutico con linguaggio scientifico.[3]

La maggior parte dei trattati manoscritti di danza del XV secolo sono di Guglielmo Ebreo/Giovanni Ambrosio (v. elenco più avanti a p.79), e scrivere un trattato non era certo una cosa che potesse fare un semplice maestro di danza, ma era necessario un forte sostrato culturale che lo permettesse, cosa che la dice lunga sulla personalità e preparazione di Guglielmo.

Il primo agosto del 1480, maestro di ballo al servizio del casato ducale degli Sforza di Pesaro – sua città natale – fu mandato alla corte di Milano per insegnare la sua arte alle giovani generazioni; nella lettera di raccomandazione è descritto come il migliore in Italia e col suo nome da battezzato: Giovanni Ambrosio. Questo è il nome dato a Guglielmo Ebreo quando abbracciò la fede cristiana, probabilmente in una data compresa tra l’ottobre 1463 e il maggio 1465 (Barbara Sparti ipotizza quest’ultima data).

Nel 1469 a Venezia secondo A. William Smith o nel 1468 a Pesaro, secondo quanto suggerito da Barbara Sparti, durante un ricevimento in onore dell’imperatore Federico III ricevette il titolo di cavaliere. Sono tuttora non chiariti i motivi per i quali Guglielmo si convertì. Nutro qualche dubbio sull’ipotesi che Guglielmo diventò apostata al solo fine di ottenere il titolo di cavaliere dello Speron d’Oro, cosa che però in effetti accadde dopo la conversione e il suo matrimonio con una ʽbrava ragazzaʼ cristiana pesarese (sua seconda moglie e figlia di Pier Paolo di Berardi), quanto piuttosto ritengo assai probabile che – come molti altri ebrei di quell’epoca si trovarono spinti a fare dal clima di intolleranza che da Inghilterra e Germania contagerà anche la Spagna e il Portogallo nel ventennio successivo – la conversione fortemente suggerita dai suoi benefattori Bianca Maria Sforza e il Duca Francesco, madrina e padrino al suo battesimo probabilmente avvenuto a Milano (da cui il nome Ambrosio), fosse la modalità più sicura per poter continuare a ricevere un’adeguata protezione dai suoi mecenati e poter mantenere e sviluppare la sua professione artistica. Il dubbio si rafforza leggendo quanto riporta A.W. Smith sulla citazione riguardante il matrimonio della figlia, rinvenuta nel manoscritto 458 conservato alla Biblioteca Oliveriana di Pesaro, che tra il 1460 e 1462 sposa Maimone di Donato Ebreo da Ancona[4] portando in dote 100 scudi d’oro. Dunque fino al 1462 Guglielmo sembra essere ancora ben integrato nella sua comunità e fede religiosa. Comunità quella pesarese molto attiva e importante; infatti ricordo che proprio grazie a un editore pesarese Abraham ben Hayyim dei Tintori (Dei Pinti) venne pubblicata a Bologna, il 26 gennaio 1482, la prima edizione della Torah corredata di vocali, accenti e targum (traduzione aramaica).

Dopo la morte di Alessandro Sforza nel 1473, Barbara Sparti ipotizza che Guglielmo potrebbe essersi spostato a Napoli e da lì a Urbino al servizio del Duca Federico da Montefeltro. È da lì che scriverà infatti a Lorenzo de’ Medici nel maggio del 1476 e in un’altra importantissima lettera del 1481 lo troviamo a danzare con la giovanissima Isabella d’Este di soli sei anni, ed è citato come Ambrosio, quel giudeo che è maestro di danza del Duca di Urbino.[5] Giovanni Ambrosio e cioè Guglielmo!

Guglielmo Ebreo/Giovanni Ambrosio dunque resterà in un certo senso in famiglia, al servizio degli Sforza e di Alessandro e poi di Federico da Montefeltro, le cui parentele reciproche erano piuttosto strette.[6]

Sappiamo che dedicò una copia del suo trattato di danza al Duca Federico, che fu proclamato tale nel 1474, e che nel 1484 Camilla d’Aragona – vedova di Costanzo, figlio di Alessandro – caldeggiò invano il suo servizio presso la corte medicea fiorentina,[7] presso la quale Guglielmo aveva precedentemente “piacevolmente” soggiornato e probabilmente avrebbe volentieri voluto trasferirvisi (Firenze peraltro ospitava una delle comunità ebraiche più colte della penisola);[8] e presso la quale avrebbe ritrovato suo fratello Giuseppe, al quale ipotizzo fosse assai legato, dati i suoi diversi tentativi profusi nel convincerlo alla conversione (che non sappiamo se sia o no avvenuta), al fine di garantirgli un posto sicuro e, in un certo senso, poterlo così proteggere. Anche da questo particolare penso che la sua stessa conversione, come già detto prima, fosse stata soprattutto dettata dalla stessa necessità. Dobbiamo al trattato di Guglielmo la conoscenza della coreografia Partita Crudele di Giuseppe Ebreo che precede, nel manoscritto, Venus attribuita a Lorenzo de’ Medici, il quale conosceva bene sia la musica che la danza per averla sempre praticata in famiglia fin da piccolo,[9] e che aveva dato a Guglielmo il compito di redigere.

Nulla sappiamo, purtroppo, dell’illustre coreografo pesarese dopo quell’ultima data.

[1] A. William Smith, Fifteenth Century Dance and Music, Twelve transcribed italian treatises and collections in the tradition of Domenico da Piacenza, Volume I: Treatises and Music, Dance and Music series n° 4, Wendy Hilton, General Editor, Pendragon Press, Hillsdale, NY.

[2] José Sasportes, Storia della danza italiana, dalle origini ai nostri giorni, Torino, EDT, 2011, p. 6.

[3] A quanto ci dicono le ultime ricerche di Barbara Sparti e Maurizio Padovan intorno alla sua biografia, ebbe contatti diretti con Lorenzo de’ Medici, presso il quale si trovava il fratello Giuseppe fin dal 1467 e questo, come suggerisce il Pontremoli, fa pensare anche ad una sua frequentazione del circolo ficiano e la stesura perduta del suo trattato di danza donato al Magnifico potrebbe essere stato rimaneggiata alla luce del pensiero del filosofo fiorentino. «E’ possibile che in quella copia, oggi perduta, la teoria di Guglielmo, già notevolmente affine al pensiero di Marsilio Ficino, tanto da far pensare ad una possibile conoscenza, da parte del pesarese, delle opere del filosofo toscano, si precisasse proprio in tal senso.» Eugenia Casini Ropa e Francesca Bortoletti, Danza, cultura e società nel Rinascimento italiano, Macerata, Ephemeria, 2007, cit. in Alessandro Pontremoli, La sapienza dei piedi, pp.34-47, p. 43.

[4] A. William Smith, Fifteenth Century Dance and Music cit., p. 111.

[5] Barbara Sparti, Guglielmo Ebreo da Pesaro, p. 38.

[6] La seconda moglie di Alessandro Sforza, Sveva Colonna di Montefeltro, era sorellastra di Federico e Battista Sforza, figlia di Alessandro, moglie di Federico. Guglielmo partecipò ad entrambi i festeggiamenti nuziali.

[7] Barbara Sparti, Guglielmo Ebreo da Pesaro, p. 42.

[8] «[vi erano in Firenze] Illustri Rabbini come Binyamin ben Yo’av da Montalcino e suo figlio Avraham, dotto matematico, e Moše ben Yo’av seguace del Maimonide, filosofi come Yohanan Alemanno, medici come Lazzaro da Pavia e Samu’el Sarfati, poeti e cultori della lingua e della letteratura ebraica.», Dora Liscia Bemporad e Ida Zatelli, La cultura ebraica all’epoca di Lorenzo il Magnifico, cit. in Cesare Vasoli, Quadro d’insieme, Firenze, Olschki, 1998, pp. 3-16, p. 4.

[9] «Autentica dunque è la predilezione [di Lorenzo] per l’arte del “perfecto danzare”. Ed è anche il poeta a ribardirlo, quando affida alla produzione di quegli stessi anni – e in particolare alle prime Canzoni a ballo scritte nel 1468 – il compito di evocare alcune indicative citazioni: “egli è forse in questo ballo/chi il mio cor furato avìa”, “chi non è innamorato/esca di questo ballo”, “Amor in mezzo a questo ballo stia”, “io vo’ lasciare canti, balli e feste/a questi più felici e lieti amanti”, “quando hai grazia di toccar la mano/accortamente, ove si balla o suona.”». Piero Gargiulo, Leggiadri passi con “intellecto attento”: Lorenzo teorico di bassedanze, La musica a Firenze ai tempi di Lorenzo il Magnifico, a cura di Piero Gargiulo, Congresso internazionale di studi, Firenze, 15-17 giugno 1992, Firenze, Olschki, 1993, pp. 249-255, p. 251.